Archivio per aprile, 2009

Su cento, di sessanta non si hanno più notizie. Spariti, svaniti nel nulla come fossero fantasmi. Invece sono bambini. Piccoli migranti passati per il Centro di Identificazione ed Espulsione di Lampedusa e poi smistati nelle case di accoglienza per minori della Sicilia. Comunità che potrebbero ospitarne poche decine ma che ne hanno gestiti oltre 400 in meno di 10 mesi.
Tra il maggio 2008 e il febbraio 2009, secondo i dati diffusi ieri da Save The Children, a Lampedusa sono sbarcati 1994 minori stranieri «non accompagnati», un eufemismo per dire che avevano attraversato il Mediterraneo da soli. Oltre il 91% di sesso maschile e poco meno dell’11% di sesso femminile. Ma il dato che colpisce si riferisce soprattutto ai bambini ospitati nelle case di accoglienza siciliane: su 1860 minori stranieri trasferiti sull’isola, ben 119 si sono successivamente allontanati, sono spariti per andare a perdersi chissà dove. «Per ognuno di loro gli enti gestori delle comunità hanno ricevuto per mesi circa 70 euro al giorno, adesso – mi spiega una fonte interna al Cie di Lampedusa che vuole restare anonima – grazie anche ai primi controlli da parte della Prefettura di Agrigento, il compenso si sarebbe ridotto quasi della metà e la situazione sarebbe migliorata. Ma è una questione ancora poco chiara, mancano uomini e mezzi per i controlli».

Nel silenzio dei media, dunque, negli ultimi dieci mesi solo 741 bambini sono rimasti nelle comunità cui erano stati assegnati, gli latri sono scomparsi. Si tratta in maggioranza di egiziani, eritrei e somali. In base alle comunicazioni ricevute da Save the Children, inoltre, sul totale di 1119 minori fuggiti dalle comunità alloggio, risulta che solo 65 avessero già ottenuto l’apertura della tutela e solo 12 fossero già in possesso del permesso di soggiorno.
Alla base di queste fughe di massa, denuncia Save The Children, ci sarebbero scarse condizioni igienico-sanitarie all’interno delle comunità e la mancanza di una concreta informazione legale sulle tutele offerte dalla legge italiana. Ogni posto letto lasciato libero da chi è fuggito, infine, rappresenta un’ulteriore possibilità di guadagno per le comunità che possono così accogliere altri minori e chiedere ulteriori rimborsi.
EF

Le persone affette dalla sindrome di Down possono votare? La legge italiana gli assicura questo diritto ma fin’ora pochi lo esercitano. Telecamera in spalla (operatore: Luciano Fontana), con i colleghi della Scuola di Giornalismo siamo andati a chiedere delucidazioni all’Associazione Italiana Persone Down. Spesso, vedrete, dietro al mancato esercizio del voto ci sono proprio le famiglie che non considerano i figli affetti dalla sindrome in grado di scegliere. Cliccate sull’immagine sottostante per accedere al video

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EF

Il G8 si farà a L’Aquila. A comunicare la decisione è stato ieri il premier Silvio Berlusconi. Alla Maddalena si ferma tutto: operai, cantieri, investimenti e progetti. E le penali? ci saranno – immagino – alcune penali che lo Stato dovrà pagare per l’abbandono dei lavori. Oppure si deciderà di continuare a spendere in Sardegna e di iniziare a spendere a L’Aquila? Una spesa doppia pur di far bella figura. Nessuno fin’ora ha chiarito che fine faranno i cantieri sulla Maddalena.

Punto numero due: «i no global non arriveranno a L’Aquila, avranno rispetto di quei luoghi e dei terremotati». Ma come mi ha raccontato un ragazzo che si trova sul posto «i no global sono già qui. E si tratta dei volontari che proprio per lo spirito di solidarietà verso il prossimo hanno dato la loro disponibilità a servire in Protezione Civile». Gli stessi esaltati da tutte le istituzioni per il loro spirito di abnegazione. Forse Berlusconi confonde (e forse vuole che si confondano) i black block con i no global. Sono due “entità” ben diverse.

Vi immaginate poi Berlusconi che porta tutti i grandi del mondo in “visita” tra le rovine? E poi magari arriveranno anche rinnovate offerte di aiuti economici per la ricostruzione che lo stesso premier in un primo momento ha italianamente e patriotticamente rifiutato. 

Ma la mia è solo una riflessione. Sono sicuro che – come dice il premier – non ci saranno scontri, tutto andrà benissimo e la volontà di strumentalizzare il dolore del terremoto è ben lontana dai pensieri del Silvionazionale!

EF

«Il governo ha deciso di far prevalere le ragioni umanitarie e di accogliere in Italia questi immigrati clandestini senza che questo costituisca un precedente. Nel senso che Malta avrebbe dovuto rispettare le regole e prenderli a La Valletta». Queste le parole con cui il Ministro, Franco Frattini, ha motivato la scelta da parte dell’Italia di accogliere i 140 migranti alla deriva sul mercantile Pinar, che due giorni fa li aveva salvati da morte certa. Per una volta il sentimento umanitario ha prevalso sulla barbarie politica.

Berlusconi, trattando la questione del terremoto in Abruzzo, ha fatto chiaramente capire che le inchieste in Italia danno fastidio. Un po’ come la magistratura, le intercettazioni e il quasi dimenticato senso di giustizia. Il procuratore generale dell’Aquila gli ha risposto per le rime. E ha fatto bene. Purtroppo però non ricordo di aver sentito altre sollevazioni di popolo davanti a frasi che esaltano la ricostruzione e minimizzano le inchieste a rumors fastidiosi. Il tutto rientra in un preciso progetto mediatico secondo cui bisogna guardare ai fatti concreti e andare avanti, ubriacando l’uditorio con la malsana idea che ciò che c’era prima e ciò che è avvenuto non è prioritario rispetto alla ricostruzione. Andatelo a raccontare a chi ha perso la casa o ha avuto morti nei crolli. Fosse accaduto a me, vorrei sapere chi mi ha troncato di netto il futuro e gli affetti.

Ma l’Italia guarda avanti, perché è più comodo scansare i problemi invece di affrontarli (ma alla fine i nodi vengono al pettine e l’Abruzzo ne è un clamoroso esempio). Se questa legittimazione viene addirittura dal Governo, allora tutti gli italiani si sentiranno in “potere” di considerare le inchieste come un fastidio, l’impunità come un’occasione.

EF

A bordo c’è anche un cadavere. Sul mercantile Pinar, che due giorni fa ha salvato 154 migranti alla deriva nel Canale di Sicilia, la situazione è critica. Mancano acqua e cibo e diverse sarebbero le persone in gravi condizioni di salute, tra queste alcune donne incinta. A trattenerlo in mezzo al mare, però, è la burocrazia e l’ostinazione cieca di due governi, quello italiano e quello maltese, che hanno di fatto vietato al Pinar di attraccare nei loro porti appellandosi alla non competenza marittima.

Carte, leggi e burocrazia, mentre a bordo del mercantile la gente inizia a morire di fame e di sete. Attualmente il Pinar si trova a 28 miglia nautiche da Lampedusa, in acque maltesi.

Il comandante, via radio, ha chiesto l’immediato intervento dei soccorsi in quanto diversi migranti sarebbero in pericolo di vita. Nella tarda mattinata di oggi, un elicottero della Marina Militare italiana ha prelevato due persone gravemente malate e le ha portate a Lampedusa, per le altre però la situazione resta critica. I militari della Marina avrebbero portato a bordo acqua e cibo ma per adesso la situazione è in stallo. Il ministro Frattini, intervenuto sulla vicenda, ha invitato le autorità maltesi a farsi carico dei migranti e avrebbe rivolto all’Unione Europea un appello «affinché l’ Agenzia Europea per la gestione ed il controllo delle frontiere esterne (Frontex) assolva con la necessaria rapidità ed efficacia agli impegni che le sono propri, ed assicuri una soluzione urgente ad una dolorosa questione che non può che travalicare l’ambito bilaterale italo-maltese, e piuttosto investe in pieno le competenze e le responsabilità dell’ intera Unione». Mentre la portavoce dell’Unhcr, Laura Boldrini, ha riferito che «da quanto riportato dall’armatore della Pinar a bordo la situazione è sempre più difficile: secondo la loro valutazione alcuni migranti stanno male e moltissimi, poiché la nave è piena di cereali, continuano a dormire all’aperto».

In Sicilia, intanto, gli sbarchi non accennano a diminuire. A Torre di Gaffe, a Licata, sono sbarcate almeno 54 persone – tutti uomini – trovate in un casolare abbandonato nei pressi della spiaggia. Mentre a Pozzallo, sono approdati altri 302 migranti, tra cui 61 donne – cinque delle quali incinta – e 15 minori.

EF

Fuori dalla tenda verde militare, adattata a chiesa da campo, un’animatrice della Croce Rossa gioca con un bambino ospite della tendopoli di Collemaggio, alle spalle dell’omonima basilica sfondata dalla scossa della notte tra domenica 5 e lunedì 6 aprile. Le tende blu e bianche sono state montate in poco meno di una giornata. «Siamo partiti lunedì mattina dalla Toscana e quando siamo arrivati il piazzale era completamente invaso dalle automobili dove le famiglie si erano rifugiate dopo la scossa – racconta la coordinatrice Anna Matteoni –, adesso possiamo ospitare circa 600 persone, più altri 100 volontari».

Tra gli operatori anche alcuni laici, sacerdoti e suore francescane, giunte all’Aquila per il sostegno spirituale ai terremotati. Indaffarato tra le tende, ecco Leonardo Becchetti, presidente nazionale delle Comunità di Vita Cristiana (CVX): «Siamo qui per dare un conforto agli aquilani – spiega – ed è sorprendente vedere come nella tragedia le persone riscoprano un sentimento comunitario, prima probabilmente ritenuto marginale. È un valore che tiene uniti quanti hanno perso tutto. Tra poco – conclude – partiamo per celebrare Messa a Onna. Sono questi i momenti in cui le persone vivono maggiormente la fede». Verso l’uscita del campo, intanto, in cucina i volontari preparano il pranzo e la mensa inizia a popolarsi.

Fuori la città è deserta. Interi palazzi con le pareti esplose in pochi attimi al passaggio della scossa, finestre mute, sconocchiate e vuote. Le anime di ferro del cemento armato piegate verso l’esterno, le travi storte o collassate sul pavimento. In diversi punti della città si riesce perfino a distinguere l’interno delle stanze, sbucciate delle pareti: una libreria con i volumi rimasti in bilico sullo scaffale, un letto con la coperta rossa, una sedia impagliata su cui è crollato un enorme mattone arancione, incrostato di cemento.

È la vita quotidiana di una famiglia fotografata e resa immobile dal passaggio della scossa. A L’Aquila il tempo lo vedi, lo tocchi, lo avverti. Il passato e il futuro si misurano nell’immobilità di ciò che resta delle abitazioni, del vissuto che contenevano e del silenzio che adesso le governa. La vita, per chi si è salvato, si è spostata ai margini, fuori città.

Uno dei campi più attrezzati è stato allestito alla stazione ferroviaria dell’Aquila. Ci si arriva costeggiando quelle che fino alle 3,32 di lunedì 6 aprile erano le mura di cinta della cittadella medioevale e che adesso giacciono sbriciolate lungo il terrapieno. Nei vagoni messi a disposizione da Trenitalia i volontari dell’Associazione Nazionale Carabinieri hanno allestito un ricovero di fortuna. C’è una mensa al chiuso e i bagni sono quelli della stazione. «I Vigili del Fuoco hanno confermato l’agibilità di questi locali e così ci siamo attrezzati – racconta un ex-carabiniere venuto da Torino –; c’è un punto medico e circa 800 posti disponibili nei vagoni». Peccato che di giorno le carrozze siano roventi e durante la notte i sensori del riscaldamento attivino di conseguenza l’aria condizionata. «È un problema che stiamo cercando di risolvere con l’aiuto dei tecnici – spiega il carabiniere mentre mi accompagna a vedere il campo –. L’ideale sarebbe lasciar raffreddare i vagoni e accendere il riscaldamento a notte inoltrata». Negli scompartimenti, le tracce di un sonno recente. Qualche bottiglia d’acqua, cuscini sparsi e le coperte ammassate ai piedi del “letto”. I vagoni sono puliti, i bagni disinfettati. «Nelle prime ore successive al terremoto – continua il carabiniere – ci siamo trovati davanti al dramma nel dramma: abbiamo sorpreso alcune persone in un negozio che riempivano bottiglie con l’acqua del rubinetto e poi andavano in giro per i parcheggi a venderle a quanti si erano rifugiati nelle automobili».

A pranzo la fila è composta e silenziosa. I volontari di Legambiente offrono pasta al sugo, pomodori, mozzarella o tonno. E la frutta si può scegliere: arance o mele. A tavola quasi nessuno parla. «Per ora i rifornimenti arrivano con regolarità e i volontari pure – spiega il carabiniere salutandomi –. Si spera solo che tra qualche mese gli italiani si ricorderanno ancora delle vittime e degli sfollati provocati da questo terremoto».

EF

Pubblicato su Roma Sette.it (Avvenire)

Si chiamano “lotti” e sono le diverse parti di una struttura. L’ospedale de L’Aquila, quando venne progettato, di lotti ne aveva 13 ed era il 1972. Secondo quanto scrive Mariano Maugeri (da considerarsi fonte di molte informazioni contenute in questo pezzo), del Sole 24 Ore, l’architetto che progettò l’intera struttura fu tale Marcello Vittorini, mentre i calcoli li fece Giangaspare Squadrilli.

Ma iniziamo a sciogliere la tela delle società che, a turno, si occuparono del San Salvatore. Il primo appalto lo vinse la ditta Pascali di Lecce, che però fallì dopo aver ultimato solo i primi cinque lotti. Alla Pascali subentrò la Edilirti dell’Aquila, a cui venne delegato il lavoro di rifinitura: infissi, piastrelle, impianti elettrici, etc. Dopo pochi mesi – che caso! – fallì anche la ditta aquilana e i lavori per la costruzione dell’ospedale restarono fermi fino al 1991, quando un’associazione temporanea d’impresa guidata da Co.Ge.Far Impresit, l’attuale Impregilo, completò le finiture, arredò l’ospedale, attrezzò le sale operatorie delle singole isole, aggiunse un asilo nido e la scuola per infermieri. E’ curioso notare che l’architetto Venturini si dimette: è consulente di Cogefar. Secondo l’Archivio Storico dell’Agi, inoltre, nel 1993 la procura dell’Aquila aprì un’inchiesta proprio sulla costruzione del sesto lotto dell’ospedale (valore: 23 miliardi di lire), che venne poi ampliata all’appalto per le forniture sanitarie (valore: 78 miliardi di lire). E nell’aprile del 1994, quando la Cogefar si fuse con Impregilo, a libro soci della Cogefar Impresit risultavano Fiatimpresit con il 32,44%, Fiat Engineering con il 4,69%, e poi una serie di banche che, dopo l’aumento di capitale, hanno il 4,04% ciascuna: sono Credit, Banca di Roma, Comit, Cariplo e Crediop; infine, Girola con il 2,58% e Lodigiani con il 2,36%.

Ma procediamo e passiamo al passato prossimo. Nel 1996 (ministro della Sanità è Rosy Bindi) la Commissione parlamentare sulle incompiute sanitarie ha dato un giudizio pesantissimo sull’ospedale San Salvatore dell’Aquila: «Impianto costruttivo irrazionale e obsoleto [...] I materiali impiegati sono di scarsa qualità». Eppure quattro anni più tardi, nel 2000, sono entrati in funzione i primi reparti: dal vecchio ospedale, sito in un convento che sopravvissuto al sisma del 1703 e tutt’oggi aibile, sono stati trasferiti nel nuovo ospedale macchinari, sale operatorie e personale. Il resto lo sapete. Questi, però, sembrano essere i primi nomi a cui fare riferimento per capire la “storia” di un ospedale costruito secondo criteri propri di una “zona sismica 2″ e che nessuno ha adeguato quando, appena due anni fa, L’Aquila è stata catalogata “zona sismica a rischio 1″. Una leggerezza, per essere gentili. Secondo le ultime notizie, infine, l’ospedale non ha mai ottenuto il certificato di agibilità, non risultava al catasto e non doveva essere aperto. Anche qui una leggerezza, per essere gentili.

Questo post non vuole essere esaustivo ma semplicemente una “traccia”, basata su un articolo ben scritto e documentato del Sole 24 Ore. Non facciamo la caccia all’uomo quindi, fino alla conclusione delle diverse inchieste, infatti, tutti sono da considerarsi innocenti. Si spera però che la magistratura sia capace di accertare la o le responsabilità dei cedimenti della struttura perché i processi “all’italiana” sono i peggiori. 

Fonti: Sole24Ore, Repubblica, Archivio storico AGI-Agenzia Giornalistica Italia

Per approfondire: il reportage dall’Aquila (A cura del blogger di EF’s Blog)

EF

P.S.: se anche questa volta Beppe Grillo e il suo staff avessero intenzione di usare questo materiale per il loro sito, nulla vieta ma per lo meno citassero la fonte. A farmi notare la scopiazzatura è stato un pingback del blogger “Ottopassi“, che ringrazio.

A L’Aquila non si scava più da ieri sera. Si sono fermate le ruspe e le sonde, dopo che due giorni fa un allarme dato dalla Protezione Civile aveva fatto tornare soccorritori e Vigili del Fuoco in via Gabriele D’Annunzio, sopra le macerie di una palazzina crollata. Alcuni rumori, avvertiti dagli strumenti, avevano fatto sperare che qualcuno, lì sotto, fosse sopravvissuto. Le ricerche si sono concluse senza esito.

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Giova fare un appunto su un post, quello relativo all’ospedale dell’Aquila, che scrissi alcuni giorni fa. Come potete leggere, avevo pubblicato la lista delle opere a cui aveva partecipato Impregilo ed avevo evidenziato, tra le altre, l’ospedale San Salvatore dell’Aquila. Tutto vero. Avevo poi pubblicato la smentita di Impregilo relativa al fatto che loro non avevano costruito la struttura portante dell’ospedale. Ed è vero anche questo. C’è però da aggiungere un “ma”. Parlando con un giornalista abruzzese durante il mio viaggio a L’Aquila, infatti, ho avuto l’occasione di chiarirmi alcuni particolari, primo tra tutti quello relativo a CHI abbia materialmente costruito lo scheletro dell’ospedale: tutti e nessuno. A quanto mi è stato detto il San Salvatore è stato costruito “a blocchi” in almeno 30 anni da diverse società. Appalti e subappalti avrebbero dato il via a una serie infinita di lavori che dal 1972 sono stati conclusi solo nel 2000, quando Impregilo sarebbe stata chiamata – in un tale caos il condizionale è d’obbligo – a giudicare la “funzionalità” dell’ospedale già costruito. Il problema adesso è venire a capo della miriade di società che hanno edificato la struttura del San Salvatore e Impregilo sarebbe stata solo l’ultima della serie. Se non sono stati fatti i dovuti controlli, lo decideranno i magiastrati.

EF